Il tempo negli anni Stampa
Scritto da Maria Rispoli   
Mercoledì 23 Marzo 2011 18:29

Il calcolo degli anni nell'antica Roma

Contrariamente a quanto si pensa di solito, i romani non usavano, nei loro documenti pubblici l'anno della fondazione di Roma (ab Urbe condita), non scrivevano primo anno, secondo anno, ecc. dalla fondazione di Roma. Il riferimento alla fondazione di Roma riguardava più il lavoro degli storici (Plinio, Tacito, ecc.). I romani calcolavano l'anno in un modo molto semplice: il primo gennaio veniva eletto un console, e quell'anno prendeva il nome del console. E l'abitudine di eleggere un console andò avanti fino al nostro 541 d.C. quando fu eletto l'ultimo console (Flavio Basilio Juniore).

 

Facciamo un esempio, prendiamo l'anno 331 d.C. (secondo il nostro calcolo), che è l'anno durante il quale l'imperatore Costantino I trasferì la capitale dell'impero romano a Bisanzio. Per il calendario civile dei consoli romani è semplicemente l'anno dei consoli Annius Bassus e Ablabius. Usando invece il sistema dalla fondazione di Roma sarebbe l'anno 1084 (753+331) ab Urbe condita.

Le cose si sono però complicate perché proprio dai tempi di Costantino si è cominciato un nuovo modo di scrivere gli anni sui documenti: è il sistema dell' Indizione. Questo sistema, diffuso sia in oriente che in occidente, si basava su un modulo di quindici anni, a partire dal 313 d.C. ad oggi. Si scriveva primo anno, secondo anno dell'Indizione. L'aspetto singolare di questa datazione è che non viene citata la serie delle quindicine. Il nostro 331 d.C. è semplicemente il quarto anno dell'Indizione, e non, come sembrerebbe più utile il quarto anno della seconda indizione (331-313 = 18 cioè 15+3+ il nostro anno).

Se noi consultiamo però un documento medievale, le cose si complicano ancora. Prendiamo per esempio la prima pergamena del cosiddetto Placito di Capua (I Placiti di Montecassino). Noi diciamo che il placito è del 960 (d.C.) ma nel documento c'è scritto, in latino, ".. nel ventunesimo anno del principato del nostro glorioso principe don Landolfo, e nel diciassettesimo del principato di don Pandolfo e nel secondo del principato di don Landolfo, eccellentissimi principi di lui figli, nel giorno della seconda quindicina del mese di marzo, terzo dell'indizione..."

Il che vuol dire che il 960 è il ventunesimo anno da quando è principe a Capua, don Landolfo, è il diciassettesimo da quando gli è nato il figlio Pandolfo, il secondo da quando gli è nato il figlio Landolfo, e il terzo dell'Indizione. Noi oggi possiamo dire che era la quarantaquattresima Indizione dal 313 d.C. ma è un calcolo che solo noi facciamo.

 

La numerazione degli anni,  oggi più diffusa nel mondo

Quella che di solito chiamiamo era cristiana o era volgare inizia con la nascita di Cristo. Ma questo sistema fu inventato più di cinque secoli dopo. Si pensa che lo sciita Dionigi il Piccolo, abate a Roma nel VI secolo, sia l'autore di questo tipo di datazione. Gli stessi cristiani usavano prima un altro tipo di datazione, la cosiddetta Era di Diocleziano o Era dei martiri. Questo tipo di datazione durò a lungo e fu usata, per esempio da S. Ambrogio a Milano ed è tuttora usata presso i Copti. E' una serie numerica che parte però dal nostro 284 d.C. (anno in cui Diocleziano operò contro la chiesa cristiana). Questo tipo di datazione viene superato da Dionigi il Piccolo, il quale, interessato solo al calcolo della Pasqua e non a problemi di datazione,  fissa la nascita di Cristo al 25 dicembre del 753 dalla fondazione di Roma. In tal modo l'anno uno dell'era cristiana è il 754esimo dalla fondazione di Roma.

Il che vuol dire che il nostro 1995 è il 2748 dalla fondazione di Roma, il terzo dell'Indizione (113°). Ma le cose non sono così semplici, gli storici concordano sul fatto che Dionigi il Piccolo aveva sbagliato (P.P. Maurini, E. Millosevich) poiché Cristo sarebbe nato sei o sette anni prima di quanto fissato, intorno al 747 dalla fondazione di Roma, o come potremmo scrivere, in modo paradossale, nel 6 a.C. Ed anche il giorno della nascita dovrebbe slittare di qualche mese, visto che i pastori dormono all'aperto, in Palestina, tra la primavera e l'autunno. Le cose si complicano poi perché Cristo risulterebbe morto in croce nell'anno 29 o 30 della nostra datazione ufficiale.

Se la nostra era volgare è cominciata 6 o 7 anni prima noi non siamo nel 1996 d.C. ma nel 2001 o 2002. Questo errore non viene corretto per ovvi motivi di utilità

La scelta del 25 dicembre è ovviamente legata alla festa romana Dies Natalis Solis Invicti (giorno della nascita del Sole mai vinto). Il 25 dicembre è ritenuto erroneamente il solstizio d'inverno (21 dicembre), la notte più lunga ma anche il primo giorno in cui la durata della luce solare comincia a crescere (Natalis).

Non meraviglia questa sovrapposizione di feste. E' intenzionale e giustificata, si tratta di far dimenticare le feste pagane. Lo stesso succederà con la pasqua ebraica, con il giubileo ebraico, con i saturnali romani, ecc. Anche molte chiese cristiane nascono sovrapponendosi a templi romani, fonti lustrali, ecc.

 

Il calendario e i mesi

Proprio Numa Pompilio avrebbe aggiunto, all'antico calendario romano  (295 giorni circa, distribuiti in dieci mesi lunari) due mesi: gennaio e febbraio. In tal modo portava l'anno a 354 giorni (sei mesi di 30 giorni e sei mesi di 29 giorni), un anno lunare, che cominciava a marzo. Ogni due anni però bisognava pareggiare i conti perché l'anno civile non coincideva col passare delle stagioni. Si pareggiavano aggiungendo un mese di 22 o 23 giorni (mese mercedonio). Questo sistema, che già comportava degli errori, fu peggiorato con l'aggiunta di un 355esimo giorno, effettuata nel V secolo a.C., forse per eliminare un numero pari considerato infausto. giorni "infausti".

Nel II secolo a.C. si era introdotta una novità, l'anno non iniziava più  con le Idi di Marzo ma con le Calende di gennaio. Non si ritenne necessario cambiare i nomi dei mesi per cui Quintilis era il settimo mese, Sextilis era l'ottavo, e così via. Nessuno oggi potrebbe proporre di chiamare il nostro nono mese (settembre) novembre.

Nell'anno 708 ab Urbe condita (46 a.C.) Caio Giulio Cesare, tornando dall'Egitto, dove da quasi due secoli era in vigore un anno della durata di 365,25 giorni, con l'aiuto del grande astronomo Sosigene di Alessandria, riformò il calendario romano. Prima di tutto pareggiò i conti con gli errori accumulatisi negli anni e stravolse l'anno 708 aggiungendovi ben 90 giorni (23 giorni del solito mese mercedonio e 67 giorni fra novembre e dicembre). Per cui oggi, quando studiamo l'anno 708 ab Urbe condita (o 46 a.C.), l'anno della sconfitta a Tapso dei Pompeiani, del suicidio di Catone ad Utica, della nomina di Cesare a dittatore decennale, dobbiamo ricordare che è un anno insolitamente lungo, dura ben 445 giorni. Ma la riforma giuliana ridusse le sfasature tra anno civile e anno delle stagioni:

L'anno dura 365 giorni.
Con le sei ore che restano, si aggiunge un giorno ogni 4 anni.
Il giorno va aggiunto al mese di febbraio, e l'anno di 366 giorni si chiama bisestile.
L'equinozio di primavera viene fissato per il 25 marzo.
La riforma giuliana era però un po' più complicata. Il giorno in più veniva collocato tra il 24 e il 25 febbraio. Non veniva numerato, c'erano in realtà due 24 febbraio naturali, ed un solo 24 febbraio legale. E' in questo 24 febbraio l'origine della parola bisestile. Il 24 febbraio era la (femminile) dies sexta ante calenda martias, il giorno dopo, quello ripetuto, era la dies bis sexta.. (bis-sextus, bissextilis). E visto che si cambiava, tanto valeva per Giulio Cesare, anche cambiare il nome del settimo mese Quintilis in Julius (futuro luglio).

E' difficile cambiare, riformare, per cui si cominciò subito a sbagliare. Invece di considerare bisestile il quarto, l'ottavo, il dodicesimo, ecc. anno, si considerarono bisestili gli anni terzo, sesto, nono, ecc. E questo dal nostro 45 a.C. al 10 a.C. per cui si ebbero 12 anni bisestili invece di 9. A questo punto si inserisce la miniriforma di Augusto: gli anni dal 745 al 756 ab Urbe condita, sono tutti di 365 giorni, senza anni bisestili. Undici anni per pareggiare con tre giorni in meno i tre giorni in più dell'errore. Qui ci troviamo però in un punto delicato: poiché si va dal 9 a.C. al 3 d.C. (attenzione: dal 745 al 756 sono undici anni, dal 9 a.C. al 3 d.C. sembrano dodici anni).

Ed anche Augusto coronò la propria miniriforma dedicandosi un mese, l'ottavo, che si chiamava sextilis (vedi sopra) venne da allora chiamato Augustus (futuro agosto). In questo modo almeno due mesi di numero sbagliato venivano trasformati.

 

L'anno zero

Che il passaggio di data da prima di Cristo a dopo Cristo sia un momento delicato è facilmente dimostrabile. Questo uso di parlare degli anni prima di Cristo non nasce con Dionigi il Piccolo ma nel XVII secolo e non è una convenzione nata da storici o matematici. Si commise quindi un errore: si passava dall'anno uno a.C. all'anno uno d.C. saltando il necessario anno zero. Il 753 ab Urbe condita doveva essere l'anno zero. La somma algebrica è possibile solo se esiste il punto zero. L'escursione termica tra tre sotto zero e tre sopra zero è di sei gradi solo se c'è lo zero. Caio Giulio Cesare Ottaviano nacque nel 63 a.C. e morì nel 14 d.C. ma non morì a 77 anni (63+14) bensì a 76 anni. Tutte le volte che si calcola la distanza fra una data prima di Cristo ed una dopo, si può fare la somma algebrica, basta diminuirla di un'unità.

Proprio durante il fascismo, in Italia, si celebrarono in modo solenne il bimillenario della nascita di Virgilio (70 a.C. - 1930), il bimillenario della nascita di Orazio (65 a.C. - 1935) e il bimillenario della nascita di Augusto (63 a.C. - 1937). Fu lo storico inglese J.K. Fotheringham, dell'Università di Oxford, a correggere l'errore degli storici di regime, i bimillenari dovevano, casomai, essere celebrati nel 1931, 1936 e 1938.

 

Si diffonde la datazione dell'era cristiana

La riforma di Dionigi il Piccolo non fu subito operante, il calcolo degli anni secondo l'era cristiana appare in Italia agli inizi del VI secolo, in Inghilterra, Spagna e Francia nel VII secolo. Non nei documenti pubblici ma negli scritti degli storici. I primi ad usare questa datazione negli atti pubblici sono gli anglosassoni nell'VIII secolo. In Italia il più antico documento ufficiale con datazione cristiana è un testo laico, un Diploma di Lotario dell'840. Un primo caso di datazione cristiana in ambito religioso si trova in una lettera di Papa Giovanni VIII del 878. Solo con la Cancelleria di papa Giovanni XIII (965-972) la datazione cristiana diviene di uso comune.

Ma quando comincia l'anno nell'era cristiana ?

Un fatto spesso dimenticato nei manuali di storia è il problema della scelta del primo giorno dell'anno. Per cui capita spesso che  l'anno ufficiale del manuale di storia sia avanti o in dietro di un anno con la data riportata in un documento citato in originale. E non è un problema di poco conto. Vi sono almeno tre modi diversi in cui, per secoli, è iniziato l'anno:

a nativitate Domini (il più diffuso): l'anno comincia il 25 dicembre. Tutti i documenti siglati tra il 25 e il 31 dicembre hanno un anno in più dell'anno che attribuiamo noi oggi. Se in un atto di proprietà, stilato da un notaio romano troviamo scritto 27 dicembre 1527 dovremo ricordare che per noi è il 27 dicembre 1526 e tale regola vale dal X al XVII secolo.
ab incarnatione Domini o stile fiorentino: l'anno comincia il 25 marzo, quando Cristo, con l'annunciazione si è incarnato. In questo modo si siglano documenti a Firenze fino al 1749. Per cui in tutti i documenti privati o pubblici si deve aumentare di un anno ogni data compresa fra il primo gennaio e il 24 marzo.
stile moderno o della Circoncisione (anno circumcisionis): inizia col primo di gennaio. Si ritorna all'anno romano del II secolo a.C. In Spagna, Francia e Portogallo non era mai stato abbandonato completamente. Riappare in Italia nel XV secolo, ma si afferma molto lentamente.
A questi tre stili aggiungiamo brevi cenni su lo stile pisano (come a Firenze ma anticipando di un anno esatto), lo stile francese (cominciando dal giorno della Pasqua), lo stile veneto (usato nella Repubblica veneta e in Francia, l'anno comincia il primo di marzo), lo stile bizantino (in Puglia e in Calabria fino al XVI secolo, l'anno comincia il primo di settembre).

Quando poi si passava da uno stile all'altro i problemi aumentavano. Quando in Inghilterra, nel 1571 (Elisabetta figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, regina dal 1558 al 1603) si lasciò lo stile fiorentino (25 marzo) e si passò subito al primo gennaio del 1572, il 1571 perse tutti i suoi ultimi giorni, fra il primo gennaio e il 24 marzo.

Negli Stati nei quali si usava la Pasqua come inizio anno, c'erano tutti i problemi legati ad una festa mobile. Si prenda per esempio l'anno 1358  e l'anno 1359. Il 1358 iniziò il primo aprile e il 1359 iniziò il 21 aprile, per cui nel 1358 furono ripetuti i giorni dal 1° al 20 aprile, e nel 1359 (Pasqua il 5 aprile) mancarono i giorni dal 5 al 19 aprile.

 

La riforma Gregoriana

Tra l'anno di Giulio Cesare (365,25 giorni = 365 giorni e sei ore) e l'anno tropico (365,24219 = 365 giorni, 5 ore, 48 minuti, 45,98 secondi) c'è una differenza di poco meno di 11 minuti e 15 secondi.

Col passare degli anni le date ufficiali non coincidevano più con le stagioni. Già il Venerabile Beda, monaco inglese dell' VIII secolo notava che l'equinozio di primavera, fissato dal Concilio di Nicea del 325 d.C. al 21 marzo, cadeva ormai il 18 marzo.

Molti studi e molte proposte nel corso dei secoli. Al problema lavorarono tra gli altri anche Ruggero Bacone, papa Clemente VI, Sisto V, Giovanni Muller e i due concili di Costanza (1417) e di Basilea (1434). Papa Leone X (Giovanni de' Medici figlio di Lorenzo il Magnifico) e Paolo di Middelburg hanno il vero merito di aver promosso la riforma che prenderà il nome da Gregorio XIII.

Nel XVI secolo, ormai l'equinozio cadeva l'11 marzo, con dieci giorni di anticipo. Gregorio XIII, applicando una delibera del Concilio di Trento, nomina una commissione per la riforma del Calendario sotto la presidenza del cardinal Sirleto. Il lavoro matematico da cui si parte è del medico e astronomo calabrese Luigi Giglio (Lilio), da poco morto, presentato alla commissione dal fratello Antonio, anche lui medico. Il piccolo saggio (10 pagine) si intitola "Compendium novae rationis restituendi kalendarium". L'esecuzione di tale progetto è affidata al cosmografo Egnazio Danti e all'astronomo tedesco, gesuita, Christopher Clavius. Danti aveva verificato l'errore dell'equinozio con una meridiana da lui costruita nella chiesa di San Petronio a Bologna. Tale meridiana fu poi distrutta in ristrutturazioni successive, quella odierna fu costruita un secolo più tardi dall'astronomo Gian Domenico Cassini.

La Riforma Gregoriana nasce con la Bolla "Inter gravissimas" del 24 febbraio 1582 (nei documenti originali 24 febbraio 1581) e stabilisce che:

per riportare l'equinozio al 21 marzo si cancellano dieci giorni nel mese di ottobre, al giorno giovedì 4 ottobre 1582 seguirà il giorno venerdì 15 ottobre 1582.
per eliminare futuri errori (un giorno ogni 128 anni, circa tre giorni in quattro secoli) si stabilisce di considerare bisestili non tutti gli anni secolari (1600, 1700, 1800, ecc.) ma solo quelli i cui primi due numeri sono divisibili per 4. In tal modo 1700, 1800, 1900 che per l'anno giuliano dovevano essere di 366 giorni, sono stati invece di 365 giorni. Rimangono bisestili il 1600, il 2000, il 2400 ecc. (le prime cifre sono divisibile per 4). Con questo semplice modo si perdono 3 giorni ogni 400 anni, che era per l'appunto la sottrazione necessaria.
Rimane ancora un piccolo errore da correggere, tra l'anno gregoriano e l'anno tropico c'è ancora una differenza di 26 secondi. Questo errore porta ad una sfasatura di un giorno ogni 3226 anni. Con una certa fiducia nell'avvenire della razza umana, abbiamo già deciso che il 4000, l'8000, il 12000 ecc. non siano bisestili ma comuni.

 

L'applicazione della riforma Gregoriana

La Riforma Gregoriana non fu accettata tanto facilmente, specialmente dai greco ortodossi, dai Russi e dai Romeni. Italia, Spagna, Portogallo e Lorena non ebbero esitazioni e l'applicarono subito, almeno ufficialmente. Più problemi ebbe la sua applicazione nei contratti, negli affitti, nei debiti che scadevano nei giorni soppressi, ecc. Tra i paesi protestanti e antipapisti solo l'Olanda l'accolse subito. Lo stesso Voltaire, insolitamente filopapale, ironizzava su coloro che pur di essere contro il papa preferivano essere in disaccordo col sole.

In Danimarca e negli stati germanici il salto fu fatto nel 1700 quando si passò dalla domenica 18 febbraio al lunedì 1° marzo. Nei cantoni protestanti svizzeri si passò direttamente dal 31 dicembre 1701 al 12 gennaio 1702. In Inghilterra e nelle colonie americane si saltò da mercoledì 2 settembre 1752 al giovedì 14 settembre 1752.

Nella Russia socialista il salto avviene nel 1918: dopo il 31 gennaio del 1818, giovedì, si passò subito al venerdì 14 febbraio 1919. Le chiese ortodosse accettarono il passaggio solo nel 1923 e nel 1935 ci furono manifestazioni popolari ad Atene, per tornare all'anno giuliano.

Tutti gli studenti notano che qualcosa non va, nelle date della rivoluzione d'ottobre. Per i russi che usavano l'anno giuliano la presa del potere avviene il 25 ottobre 1917, per noi "gregoriani" è invece il 7 novembre 1917.

La data di nascita di Newton è una data "ballerina": secondo l'anno giuliano in vigore allora in Inghilterra Newton nasce nell'anno 1642. Proprio l'anno in cui muore Galilei ! Solo apparentemente, perché in Italia è in vigore l'anno gregoriano e Newton risulta invece nato il 5 gennaio del 1643.

Nel 1752 il governo inglese e le colonie americane, non ancora indipendenti, passarono dal calendario giuliano (Old Style) al calendario gregoriano, per cui al giorno 2 settembre 1752 seguì il giorno 14 settembre. Inoltre, per complicare le cose, si spostò la data di inizio anno, al 24 marzo 1752 doveva seguire il 25 marzo 1753.

 

Henri Bergson

Bergson con le sue teorie aveva cercato di recuperare quei valori spirituali che il positivismo sembrava aver dimenticato con la crisi della ragione fra 800 e 900. una delle concezioni più originali di Bergson è la distinzione fra il tempo della scienza e il tempo della vita.

  

Infatti il tempo spazializzato della fisica trova la sua immagine  in una collana di perle (i vari momenti della fisica), tutte uguali e distinte fra loro, differenti solo quantitativamente, mentre l’immagine del tempo della durata (o della vita) è il gomitolo di filo che continuamente muta e cresce su se medesimo, con momenti diversi anche qualitativamente. Inoltre il tempo della fisica è invertibile poiché un esperimento può essere ripetuto ed osservato un numero indefinito di volte, mentre il tempo della psiche è fatto di momenti irripetibili. Infatti il tempo della coscienza è costituito di momenti “che sono esterni gli uni agli altri” ma che si fondono l’uno con l’altro in un processo continuo di crescita, alla maniera di una valanga. Ciascun momento infatti unendosi alla durata fino ad ora già trascorsa, dà origine a qualcosa che prima non esisteva ed è eterogeneo rispetto al passato.

Nella durata non ci possono essere due momenti uguali, se non altro perché ciascuno di essi si fonde alla durata già trascorsa, che, a causa del trascorrere stesso del tempo, è differente per ciascun momento. La durata interna alla coscienza è, dunque, costituita da momenti che sono l’uno all’altro eterogenei, ma non sono reciprocamente separati.

Questa conservazione totale è nello stesso tempo una creazione totale, giacché in essa ogni momento, pur essendo il risultato di tutti i momenti precedenti, è assolutamente nuovo rispetto ad essi. «Per un essere cosciente, - dice Bergson, - esistere significa mutare, mutare significa maturarsi, maturarsi significa creare indefinitamente se stesso».

Coloro che ritengono che ogni azione spirituale, come ogni altro fatto della natura, necessariamente determinato dalle sue cause, si fondano su un concetto del tempo che non si può applicare alla vita spirituale. Immaginano cioè il tempo secondo lo schema spaziale, come fa la scienza, perciò esteriorizzano l'azione e il motivo dell'azione considerandoli quasi come due cose esterne l'una all'altra e di cui una agisca sull'altra.

 

Friedrich Wilhelm Nietzsche

La concezione di tempo nietzschiana si scontra aspramente con quella tradizionale dell’occidente. Infatti nella società cristiana occidentale il tempo è lineare, così come d’altra parte lo vedono tendenzialmente le scienze. Nietzsche scardina rivoluzionariamente questa visione parlando di circolarità del tempo. Perché il Superuomo nietzschiano possa esplicarsi pienamente, non è tollerabile che esso sostenga sulle spalle il peso della storia: ogni istante deve essere svincolato dagli altri, deve essere a se stante, istante come tale. L’habitat naturale dell’uomo è un tempo circolare, in cui ogni attimo può essere inizio e fine, la sintesi che raccoglie in sé l’eternità del passato  e del futuro.

 

Tempo ciclico e tempo lineare

L’intuizione del Tempo conserverà sempre il suo fascino e continuerà ad interessarci, ma questa volta lo qualifichiamo come uno dei punti cardine nell’analisi della storiografia classica greca. I filosofi dei tempi moderni, studiosi dell’antico, ci indicano una visione cristiana del tempo, contrapponendola alla visione del mondo greco classico ed affermano in proposito che mentre la prima è legata ad un concetto di “linearità”, la seconda sarebbe invece fautrice di una visione temporale “ciclica”.

Lo stesso S. Agostino ribadisce questo concetto nella sua speculazione, criticando aspramente, nelle sue “Confessioni”, la concezione ciclica della storia e del tempo propria dei Greci, e , valorizzando invece la concezione lineare del Tempo propria del mondo cristiano. Schematizzando quindi per farci intendere, diciamo anche noi che due sono le concezioni del Tempo: “lineare” quella della dottrina cristiana e “ciclica” quella del mondo classico greco.

Gli intellettuali greci anzi, hanno insistito, nella definizione del Tempo, come “ciclo delle stagioni”, ma sono stati anche consapevoli del fatto che nella vita umana “nessun giorno reca un avvenimento simile all’altro”. Quindi, più corretto sarebbe sottolineare che “caratteristica dell’uomo greco è piuttosto la tendenza ad accentuare non il ritmo naturale dell’anno, ma l’aspetto civile dell’anno stesso”.

Tuttavia, la cosiddetta struttura ciclica del Tempo – che si pone come calcolo, delle stagioni e degli anni - non esaurisce però il concetto greco del Tempo. Infatti, per molti studiosi di espressione stoica, alla struttura ciclica del Tempo si deve accostare il concetto dell’Eterno Ritorno, secondo cui il cosmo soggetto a distruzione ciclica dal fuoco, rinasce come era prima della distruzione stessa.

Questa concezione del cosmo, soggetto a generazione, distruzione e di nuovo a generazione, mal si accorda con il concetto del ritorno di vicende similari, a distanza di tempo (come ad esempio la diabasi o passaggio di Alessandro Magno si ricollegherebbe dopo un millennio con la conquista di Troia, ma fra le due epoche storiche non c’è una identità perfetta).

Il Ritorno Temporale storico, preclude cioè ad una totale e piena identità fra due cicli, ma implica se mai la distruzione del mondo e la sua perfetta ripetizione in un mondo che gli succederà. Va quindi ridimensionata la contrapposizione fra “Tempo lineare” del mondo cristiano e “Tempo ciclico” del mondo greco, nel senso che ci fu un periodo nella storia della cultura, in cui fu la struttura cosmologica ciclica del mondo classico ad avvicinarsi alla concezione del tempo lineare del cristianesimo.

Tale periodo fu appunto il cristianesimo delle origini: il pensiero antico era, infatti, portato ad affiancare al grande cataclisma dell’incendio cosmico (che secondo gli stoici dava luogo alla distruzione del mondo) l’altro grande cataclisma, quello del “Diluvio Universale”. Infatti, nella seconda lettera di S. Pietro, l’apostolo afferma “che il cosmo originario fu distrutto dal diluvio e che quello attuale sarà distrutto dal fuoco il giorno del giudizio, e ci saranno cieli nuovi e terra nuova in cui abiterà la giustizia”. Inoltre, nell’Antico Testamento sono presenti modelli di una concezione “lineare” del Tempo, infatti, nell’Ecclesiaste (il Predicatore) è scritto: “Per ogni cosa c’è una stagione, c’è un tempo per ogni scopo sotto il cielo: un tempo per nascere ed un tempo per morire, un tempo per seminare ed uno per raccogliere ciò che si è seminato, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per abbattere e un tempo per ricostruire”.

 

La cronologia classica greca: Erodoto, Senofonte, Democrito, Tucidide ed i metodi del calcolo cronologico

Ma ciò che soprattutto ci piace notare ed evidenziare è la differenza fra la “cronologia classica” più antica e la nostra “cristiana”, consistente nella mancanza, nella prima, di un punto di riferimento fisso: noi diciamo “prima di Cristo”, “dopo Cristo”.

Erodoto invece riferendosi alla cronologia della guerra di Troia dice: “Da Tizio corrono meno anni che da Caio: grosso modo ottocento anni fino a me ed anche, “i Consigli dei tre avvennero alla terza generazione dopo la morte di Minosse”.

Questo sistema, mancando un punto fisso, un’era di riferimento, calcola la distanza (in anni, in generazioni) da un determinato avvenimento fino al tempo di chi parla, oppure evidenzia la distanza fra due avvenimenti.

Anche in Tucidide, l’essenza della cronologia è la distanza di due avvenimenti fra loro nel senso che non c’è un punto di riferimento fisso, un’era: da ciò deriva la difficoltà a tradurre le indicazioni cronologiche tucididee fra la fine delle guerre persiane e l’inizio delle guerre del Peloponneso (periodo di cinquant’anni - detto “ pentecontetìa”, in date assolute.

Secondo i calcoli tucididei, la guerra del Peloponneso è costituita da “serie annuali” calcolate per estati ed inverni (cronologia ciclica delle stagioni) anche se il primo anno è precisato con l’indicazione dell’eforo spartano e dell’arconte ateniese, allora in carica. Comunque va detto che il riferimento ad un punto fisso non è una esigenza sconosciuta alla grecità classica. Se la guerra di Troia avesse potuto datarsi in maniera univoca e concorde, essa avrebbe certamente costituito una opportuna era “ante e post” per molti storici.

E Democrito ha utilizzato questo metodo cronologico mentre parlava di sé e della sua opera, scegliendo fra gli avvenimenti storici, quello che gli sembrava più “epocale”, cioè degno di datare un’epoca - la conquista di Troia - e facendone un punto di riferimento che avrebbe dovuto rendere possibile una cronologia fissa e stabile, come un’era.

Tucidide resta comunque lo storico ateniese che più di ogni altro ha applicato il criterio delle stagioni dividendo ogni anno in estate ed inverno nella narrazione annalistica della guerra del Peloponneso.

Nel suo lavoro, la storia di Sparta fu un punto di partenza per il calcolo più antico e fu caratterizzata, come precisato da studiosi della materia, da avvenimenti fondamentali, come: il ritorno degli Eraclidi (capostipiti delle famiglie doriche) e l’introduzione della nuova costituzione spartana.

Però, anche nell’opera di questo famoso storico si rileva un modo di esprimersi approssimativo anche se risalta la ferma volontà, nelle indagini tucididee, di precisione nel definire le date in cifra tonda, ma “comunque una reale coscienza dell’approssimativo è sempre implicita in quelle date”.

Non possiamo disconoscere che, secondo gli storici, per l’uomo antico gli eventi sono normalmente un prodotto del caso, anche se il compito proprio dello storico consiste nello spiegarli, narrandoli.

Inoltre, per ogni storico classico, la vicinanza anche casuale di due o più avvenimenti offre lo spunto per la loro datazione in maniera concreta (sincronismo).

Nella storia moderna, invece, abbiamo il vantaggio di poter partire con date determinate e precise che comunque si ricollegano ad avvenimenti che lo storico greco utilizzerebbe per una datazione sincronistica. Lo stesso Tucidide ad esempio, utilizza per datare il primo anno della guerra del Peloponneso la lista dei magistrati in carica in quel periodo. Ciò significava sostituire un “calcolo per anni civili” al “calcolo per anni naturali”. Ma la grande scoperta di Tucidide si esponeva comunque al rischio di errori materiali nel calcolo della durata di un evento; infatti, un conto è calcolare il tempo con le cifre, come facciamo noi, e un conto è calcolare il tempo con le liste dei magistrati. Va però tenuto presente che la difficoltà di evitare errori nella intuizione del tempo non è stata rilevata solo dagli storici moderni. Altri storici (fra cui Timeo di Siracusa 356/260 a.C. con la sua Storia dei Siciliani) erano ben consapevoli delle difficoltà che ostacolavano un conguaglio preciso: quello fra liste di magistrati e liste di atleti olimpionici non poteva non dare luogo a confusioni.

Il problema di fondo fu quello di ordinare i fatti, gli eventi, le tradizioni, in sistemi storiografici ai quali “noi moderni” dobbiamo una notevole parte di ciò che conosciamo dei tempi antichi. Non possiamo infatti tralasciare di notare come gli storici moderni abbiano messo a confronto, nella loro opera di ricerca e di ricostruzione, l’annalistica romana con l’annalistica greca. Infatti, come in alcuni passi di Senofonte viene menzionata l’eclissi di sole del mese di aprile del 406, così negli annali pontificali romani sono menzionate ugualmente, come notazioni caratteristiche, le eclissi che verosimilmente hanno interessato gli storici antichi, da Erodoto, Tucidide e Senofonte. In ultima analisi, prima dell’avvento degli antichi greci, le storie che ancora oggi conosciamo, scaturivano dall’esigenza di glorificare il re o il mecenate che commissionava allo storico (cronista del tempo) il compito di raccontare le sue epiche gesta.

Il primo ad utilizzare con cognizione la parola “storia” fu intorno al 400 a.C. Erodoto con la narrazione delle guerre fra Greci e Persiani presentandole come lo scontro fra due mondi contrapposti, tra civiltà e barbarie: lo dobbiamo ai suoi scritti se la battaglia di Maratona e l’eroismo degli Spartani alle Termopili sono ancora oggi conosciuti. Nei suoi racconti, il mito o il fatto curioso occupano un posto rilevante.

Diversamente fece Tucidide che descrisse la guerra del Peloponneso fra Sparta e Atene, osservandola in modo imparziale e fissando per la prima volta il giusto metodo di lavoro dello storico: essere razionale e pronto a verificare ogni dettaglio, metodo questo che ha permesso la creazione di opere che hanno fatto da base alla cronologia greca e romana.
  

Il tempo nell'epos omerico: Iliade ed Odissea

L’intuizione del Tempo aveva già trovato in precedenza nell’epos omerico dell’Iliade e dell’Odissea un modo inedito di esprimersi. Potrà sembrare una contraddizione, ma è interessante rilevare ed evidenziare come alcuni studiosi italiani nostri contemporanei hanno rilevato come il Tempo sia stato scoperto dai Greci nei momenti in cui esso “era assente”: la parola Cronos, in Omero, viene usata per indicare “il tempo negativo o vuoto” riferito cioè a quei momenti in cui l’azione ristagna in qualche modo (l’eroe riposa o fa un inutile tentativo o si tormenta inutilmente) e quindi non c’è bisogno di indicare la quantità di tempo che trascorre. Nei momenti invece in cui c’è l’azione – che si identifica con il tempo narrativo – non c’è alcuna necessità di nominarlo.

Se un eroe combatte e il poeta ne descrive le imprese, non c’è alcuna necessità di indicarne la durata: il tempo si manifesta tramite l’azione. Se invece l’eroe dorme o piange, ecco che nasce la necessità di indicare il tempo che queste azioni – anzi non azioni – consumano.

Questa intuizione del tempo trova riscontro nell’epos omerico, dove alcuni studi sull’argomento hanno mostrato non solo la fondatezza del concetto, ma anche le notevoli differenze che emergono nei due poemi omerici.

Infatti, nell’Iliade le indicazioni temporali sono generiche, segnalano mutamenti nello sviluppo dei fatti, ma non costruiscono un quadro cronologico come sfondo della vicenda che si colloca alla fine del decimo anno di guerra e dura cinquanta giorni. Al contrario, nell’Odissea, i fatti si percepiscono nel loro movimento temporale e “il trattamento del Tempo si manifesta attraverso il recupero a posteriori (con interruzione della trama in movimento) di fatti anteriori all’azione presente”. “Così, nel racconto di Ulisse ai Feaci, l’eroe colloca alla fine della storia la conoscenza approfondita di tutti i suoi precedenti”.

Di fatto, nell’Iliade interessa l’azione: il riferimento temporale serve solo ad indicare il punto a cui giunta la narrazione più che ad indicare un autentico momento temporale e il riferimento spaziale costituisce un segmento dell’azione (nell’Iliade gli scenari dell’azione sono divisi in due metà: quella umana – le città – le navi – e quella divina – l’Olimpo – l’Ida – gli Dei).

Nell’Iliade i luoghi si intravedono solo insieme allo svolgersi dell’azione: nel momento in cui le azioni si sviluppano e i personaggi agiscono, compare l’immagine del luogo in cui avviene il fatto.

Nell’Odissea, che si muove sullo schema del viaggio, con il viaggio fa il suo ingresso anche il Tempo: lo spazio e il Tempo si percepiscono perché gli eroi si spostano, viaggiano, e con essi, mutano i luoghi e le scene della vicenda.

È stato detto da coloro che hanno approfondito l’argomento, che “l’Iliade e l’Odissea si sommano nell’epos di Virgilio – l’Eneide – ma con una differenza che Enea è un eroe che prima ha errato e poi combattuto, ha sperimentato il Tempo della Lontananza, le avventure e i dolori del viaggio e quando si avvia verso Lavinio per combattere e fondare la nuova civiltà, Enea è un eroe già carico di Tempo”.

Nell’Odissea e nell’Eneide è il viaggio che svolge un ruolo primario dove la vicenda è data dagli spostamenti dell’eroe che parte, si sposta, conquista, sconfigge il suo avversario e ritorna al punto di partenza. Il cosiddetto tempo narrativo è garantito dagli spostamenti del protagonista e, in ultima analisi, il movimento nello spazio (come il camminare, il viaggiare…) finisce per definirsi Momento Temporale.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Marzo 2011 18:31