Engeström e la realtà Stampa
Scritto da Maria Rispoli   
Sabato 08 Gennaio 2011 17:04

Il professore Yrjö Engeström è docente di Educazione degli Adulti e Direttore del Center for Activity Theory and Developmental Work Research presso l'Università di Helsinki. E’ anche docente di comunicazione presso l'Università di California, San Diego, dove ha prestato servizio come Direttore del Laboratorio di Comparative Human Cognition 1990-1995. Inoltre è professore onorario presso la Scuola di Formazione presso l'Università di Birmingham, UK. Lavora nel quadro della teoria dell'attività storico-culturale. E’ conosciuto per la teoria di apprendimento espansivo. (http://www.edu.helsinki.fi/activity/people/engestro/)

Engeström ha proprio ragione, la scuola e il mondo reale sono lontani anni luce uno dall’altro.

In classe si legge, si spiegano e si memorizzano tantissime cose e i ragazzi, noi stessi spesso ci chiediamo a cosa servono, che me ne faccio di tutte queste belle chiacchiere.

Il problema nasce dai libri di testo che trasmettono il sapere in modo enciclopedico.

Qualsiasi argomento viene spiegato nozionisticamente. Chi li scrive, secondo me, non ha capito che il libro di testo è rivolto ai ragazzi, ad un pubblico che non solo ha bisogno di nozioni, ma anche di rapportarle alla realtà e di capirne il significato e l’utilizzo.

Qui entra in gioco il ruolo di noi insegnanti, mi dispiace dirlo, ma molti insegnanti seguono il libro e continuano a far memorizzare ai ragazzi le cose senza fargliele capire.

Il libro di testo deve essere un punto di riferimento, deve servire per verificare le teorie e le conoscenze specifiche, deve essere una linea guida, ma poi bisogna fare le cose pratiche e trovare per ogni argomento un raffronto con la realtà, altrimenti i ragazzi continueranno a non seguirci e ad annoiarsi in classe.

Il libro di matematica nessun ragazzo lo legge o legge solo le cose che è obbligato ad imparare per la lezione e per l’interrogazione e ogni volta che lo guarda pensa a quanto sono inutili tutti quei numeri e quelle regole.

La matematica non si impara solo dal libro di testo, anzi si impara più matematica se si gioca a scacchi, a tris, si gioca la schedina o al lotto, se si va a fare la spesa, si va in banca, si disegna, si utilizza un videogioco.

L’ideale sarebbe presentare un argomento reale e far scoprire ai ragazzi un po’ alla volta quanta matematica c’è in quello che loro fanno.

Ad esempio tutti ascoltano la musica, se si prende lo spartito di una canzone che piace ai ragazzi e dopo che il professore di musica ha spiegato come è fatto e come sono raggruppate le note, si può poi far vedere ai ragazzi che quello che c’è sullo spartito segue delle regole matematiche e quei suoni sono fatti in un certo modo perché le onde sonore seguono delle regole matematiche e che se c’è una stonatura nella canzone è perché si è verificato un certo evento fisico e quell’evento fisico viene percepito in un certo modo dal nostro orecchio e può essere rappresentato matematicamente con una certa formula e un certo disegno.

In questo modo abbiamo fatto interdisciplinarietà, raffronto con la realtà, e soprattutto abbiamo incuriosito ed interessato i nostri ragazzi. In questo modo i ragazzi capiscono anche che ci sono molti modi per imparare e quindi non si devono solo fermare al libro di testo e a ciò che gli viene detto dal professore, e che qualsiasi cosa viene capita nel mondo ha una spiegazione e sta a loro trovarla.

La matematica non è come tutti dicono una cosa scontata quella è e quella sarà non c’è niente di nuovo e niente da scoprire, no anzi è proprio il contrario. La matematica è curiosità, è scoperta e come tutte le scienze l’unica cosa certa è che non è certo niente. Il ragazzo è un essere curioso a cui piacciono le novità, piace scoprire le cose e pertanto è come la matematica, il problema è che non lo sa, che gli è stato insegnato che 2+2 fa 4 e non può cambiare le cose, ma non è così, non sempre 2 + 2 fa 4 e le cose nella matematica si possono cambiare, si può fare nuova matematica. Con questo non voglio dire che tutto quello che è stato fatto non si deve conoscere o non è valido, solo a partire dalle cose di base si può farne altre più innovative. Nel senso che ad esempio devo conoscere le note musicali, i classici e poi posso fare della musica differente; devo conoscere l’alfabeto, l’origine della lingua italiana e i grandi autori e letterati italiani e stranieri per poi mettermi a comporre e scrivere e per poter trarre dal loro insegnamento qualche cosa di nuovo e/o di migliore. Quindi con la matematica devo fare la stessa cosa, imparare il suo alfabeto, la sua storia, alcune regole di base per capire un certo tipo di matematica e poi posso fare cose nuove.

Ma per far capire questo ai ragazzi bisogna partire dall’osservazione della realtà e poi introdurre i concetti noiosi, solo così ci seguiranno e il nostro insegnamento avrà un senso.

Quello che ho scritto penso sia condiviso da tanti, ma poi quando si entra in classe bisogna fare i conti con il tempo e con quello che il ministro di turno ci dice di fare.

I tempi si riducono sempre di più, gli alunni aumentano sempre di più e il programma deve essere finito a tutti i costi, perché altrimenti quando si fanno i test ministeriali le statistiche dicono che i nostri ragazzi non conoscono la matematica.

Forse un po’ più di attenzione ai ragazzi e alla realtà e meno chiacchiere di chi in classe non è mai entrato come docente, farebbero diventare la nostra scuola italiana molto ma molto migliore.

Ultimo aggiornamento Domenica 23 Gennaio 2011 19:11